Blog | 30 Ottobre 2015 | Fabio Ciarla

Vini ed etica, la distinzione definitiva: il vino con una storia e i vini fatti per il mercato

“Dietro a un vino c’è sempre una storia. Tranne in quelli fatti per il mercato”. Permettetemi di entrare a modo mio nel dibattito, potenzialmente senza fine, della classificazione dei vini in categorie etiche più che qualitative.

Non si fa che parlare in base a dicotomie assiomatiche, per quanto poco precise, come naturale contro industriale, artigianale contro convenzionale, gomma contro #nogomma e chi più ne ha più ne metta. Nell’economia di un dibattito che forse è importante solo nel settore e tra qualche appassionato, la mia soluzione l’ho trovata: vini con una storia contro vini fatti per il mercato. Ma toglierei anche il “contro”, perché per me si tratta di prodotti eticamente dello stesso valore, benché di assoluta distanza quanto a cultura, passione, capacità espressive ecc. ecc.

La cosa buffa è che la definizione non è mia, l’ho presa in prestito ad uno dei più conosciuti e importanti tecnici del vino italiani: Renzo Cotarella. Assistendo ad una verticale di Cervaro della Sala di casa Antinori, azienda della quale Cotarella è direttore generale, organizzata dalla Fisar Roma, mi sono trovato a riflettere su questa semplice frase e ci ho trovato la maggior parte delle risposte alle domande che in molti si fanno su “come” classificare i vini in termini cultuali ed etici.

Pensateci un attimo, in fondo è piuttosto facile sapere se dietro un vino c’è una storia fatta di persone, di territorio, di scelte tecniche e aziendali, di contatto… Mi sembra in effetti uno, o l’unico, parametro fondamentale al di là di concetti triti e ugualmente imprecisi come numero delle bottiglie prodotte, tecniche di cantina, sapori più o meno arrotondati, vitigni internazionali e via dicendo. Anche perché ci sono almeno uno o due esempi che vanificano tutte le classificazioni finora emanate da divulgatori ben più famosi del sottoscritto.

Per esempio il numero di bottiglie prodotte. Pensiamo a Krug e a quanto Champagne produce, eppure non per questo si può pensare di penalizzarlo considerandolo semplicemente industriale.

Convenzionale? Bene, citiamo il Sassicaia, il padre dei supertuscan in teoria è prodotto in modo convenzionale, ma mi pare che sia considerato da tutti un grandissimo vino.

Autoctono? Al netto degli scandali degli ultimi mesi i sauvignon friulani non dovrebbero considerarsi vini da vitigno autoctono, eppure mi pare si sia tutti concordi nel non fare di questo aspetto un parametro discriminante per il loro valore.

Gomma e #nogomma lasciano il tempo che trovano, nel senso che se si radicalizza la diatriba sull’uso di tecniche e prodotti enologici allora non ci si troverà mai d’accordo. Per esempio vorrei sapere se per l’affinamento e la conservazione è più corretta l’anfora come nell’antichità in Asia Orientale, il legno degli antichi romani o il moderno cemento. Magari, per dire, eviterei anche i pali di sostegno in vigna, meglio tornare alle alberate come ad Aversa, decisamente più naturali e non invasive della libertà d’espressione della vite. Insomma al di là delle battute ritengo poco accettabile usare categorie senza parametro, prive di elementi codificabili, perché credo che il consumatore comunque dovrebbe essere tutelato e non possiamo presentarci ad un ipotetico acquirente pensando che debba sapere tutto di agronomia e biodinamica, cavalli da tiro e corni, fisica e chimica.

Io comunque ho risolto, per me rimane dunque come unica possibile la discriminante delle storia che è dietro ai vini. Presente in quelli più importanti e assente in quelli fatti per il mercato, per il consumo di massa. Eticamente validi entrambi, se ci sono regole ferree che proteggono sia il produttore sia il consumatore, ma poi diversi fino a non essere nemmeno paragonabili quanto a valore economico, culturale, storico e forse anche sociale. Certo siamo sempre in un ambito alquanto impreciso e, d’altronde, viviamo nell’epoca in cui tutto deve diventare un elemento di “storytelling”, ma è pur vero che l’appassionato medio spulciando internet o leggendo qualche guida seria riuscirà a farsi un’idea della storia che c’è dietro al vino che sta osservando. E magari pensando di acquistare. Così come riuscirà a capire ad un banchetto di degustazione se il produttore gli sta raccontando solo qualche termine tecnico messo lì per fare bella figura o una storia vera, concreta. Difficilmente invece riuscirà a sapere i dettagli tecnici di ogni produttore e anche quando ci riuscirà non avrà alcuna garanzia sulla effettiva bontà del prodotto finale. In effetti anche per le storie è così, uno può essere stato un gran personaggio e saperlo anche raccontare, senza per questo essere un bravo viticoltore ed enologo. Berremo quindi un vino mediocre, ma almeno il nostro animo si sarà cibato di una bella storia…

Voi che ne pensate?

 

Didascalia: Nella foto uno dei vigneti “recuperati” a Pompei. Insomma da queste uve nascono vini con la storia nel DNA!

 


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