Collaborazioni | 15 Novembre 2020 | Fabio Ciarla

Barolo Chinato, il vino che unisce la cura del corpo e quella dell’anima

Il vino è cantato fin dall’antichità come uno dei mezzi per curare le ferite del corpo e dell’anima, se però per i prodotti più conosciuti questo è puramente teorico – pensiamo all’espressione “il vino fa buon sangue” – per il Barolo Chinato ci sono prove storiche e scientifiche delle sue virtù terapeutiche.

Cenni storici sull’origine del Barolo Chinato
A livello storico dovremmo partire dall’uso egizio di miscelare il vino con erbe curative. Processi ripresi in epoca greca e latina, ma poi in parte persi nei secoli fino a che – a metà dell’Ottocento – ci si è accorti che alcuni preparati medicamentosi erano alcol-solubili, quindi potevano essere uniti a bevande alcoliche per essere accettati più facilmente dai pazienti. Una lunga tradizione che trova la sua espressione più moderna, e gustosa, con le prove di un farmacista (o due, in base alle diverse ricostruzioni) delle Langhe.

Di certo sappiamo che Giuseppe Cappellano, di Alba, unì le proprietà curative della China, ma non solo, alla struttura solida del Barolo, arricchendo il tutto con una parte di zucchero così da smorzare l’amaro di alcune erbe. Ricetta poi perfezionata a quanto pare da un altro farmacista langarolo, Mensio, di cui però si hanno poche notizie. A far conoscere questo preparato anche fuori dalle Langhe fu però un vignaiolo, Giulio Cocchi, che nel 1891 ad Asti diede vita ad una produzione specifica, mettendo così a punto il vino che ormai da tutti è conosciuto come “Barolo Chinato”.

 

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