Rubriche | 21 luglio 2018 | Roma&Dintorni

Cesanese di Olevano Romano, stai a vedere che tra i due litiganti…

E se davvero tra i due litiganti godesse proprio il terzo? Sì perché da sempre si parla, giustamente, di Cesanese del Piglio Docg e, magari aggiungendo un filo di campanilismo tutto italiano, della diatriba con il vicino Cesanese di Affile Doc, ma finora forse si è dato troppo poco spazio al Cesanese di Olevano Romano Doc come soggetto specifico ed espressione distinta di questo grande vitigno autoctono laziale.

L’idea, o meglio il dubbio, mi è venuto facendo un giro tra diversi produttori nell’anteprima di “Vinointorno” 2018, l’evento organizzato da Extrawine con la collaborazione del Gourmet Errante (ovvero quel vulcanico personaggio che risponde al nome di Pasquale Pace) per il 16 e il 17 giugno scorsi. Ci siamo quindi ritrovati in una decina, tra giornalisti e sommelier, a girare per le vigne di Olevano Romano in un fresco pomeriggio semi-estivo, concluso con una mangiata di qualità proprio sotto l’abitato del piccolo comune in Provincia di Roma. Già perché qui siamo in territorio “romano”, almeno sulla carta, come per la Doc Affile d’altronde, e al contrario della Docg del Piglio che invece è in provincia di Frosinone.


Per arrivare ci si lascia alle spalle Colleferro e l’inquinata (bassa) Valle del Sacco, si supera – in parte – Paliano e si arriva in un contesto a tratti unico, di un verde lussureggiante e dalla grande variabilità. Paesi dislocati sulle cime di ripide salite, filari vitati che partendo da declivi leggeri vanno poi a inerpicarsi su alture dalle pendenze estreme, che rendono la viticoltura quasi eroica. Colline davvero belle, soprattutto in questo periodo e al termine di una primavera molto piovosa, che non ha certo facilitato la viticoltura. Ce lo conferma Alberto Giacobbe, il più giovane dei produttori che incontriamo, che ha ripreso le fila di una tradizione locale che si stava perdendo. Ha seguito l’esempio di altri giovani, perché alla fine tra persone della stessa generazione ci si può capire meglio per certi versi, e ha creato un marchio che in pochi anni si è già fatto conoscere. Poi tappa in vigna da Damiano Ciolli, quel giovane che ha segnato un percorso (poi seguito da altri appunto) riprendendo una vecchia vigna di Cesanese che il padre voleva estirpare, per farla diventare il fulcro di un nuovo modo di pensare questo vitigno, un nome che è ormai una garanzia. Per arrivare a “Le Terre del Cavaliere” della famiglia Laudenzi bisogna inerpicarsi un po’, affrontare qualche curva e parcheggiare su un piccolo terrazzo naturale affacciato su una della vigne più ripide che mi sia capitato di incontrare, nel senso che a pendenze superiori si va per terrazzamenti! Qui il Cesanese, e il moscato, affrontano la modernità scegliendo la tradizione antica, come per il “rosso dolce naturale” venduto sfuso e finito già a inizio anno nuovo. Infine, chi prima chi dopo una pausa in albergo, ci siamo ritrovati tutti negli splendidi spazi in via di ristrutturazione di Casale Lucino dei Fratelli Ceracchi, per una cena a 8 mani grazie alle preparazioni de “Le Cerquette” (antipasto), “Il boschetto” (primo), “Sora Maria & Arcangelo” (secondo) e “Trattoria Carlini” (dolce). Qui si è dato il via ufficiale a Vinointorno 2018, discorsi di rito e un occhio alla crescita di una manifestazione che accompagna e/o si fa accompagnare dalla crescita di un territorio.

Già, perché i Cesanese di Olevano Romano che abbiamo assaggiato avevano tutti qualcosa da dire, sia per scelte produttive sia per risultati nel bicchiere. Insomma il partire di rincorsa, come succede nei Pali di Siena più emozionanti, potrebbe in realtà dare una spinta in più a questa Doc rispetto alle consorelle vicine. Damiano Ciolli è sicuramente il produttore più affermato, lo trovi nei ristoranti stellati e – se ti va bene – in qualche enoteca seria, prezzi giusti nonostante l’alta richiesta. Il problema spesso è proprio quello, trovare in giro una bottiglia di Silene o di Cirsium. Alberto Giacobbe imbottiglia solo dal 2008 ma in dieci anni ha già trovato il modo di farsi notare, i suoi Cesanese (uno è del Piglio Superiore Riserva Docg e si chiama Lepanto, l’altro si chiama Giacobbe ed è appunto Cesanese di Olevano Romano Superiore Doc) vengono da una ricerca frutto dell’amicizia con Damiano e tanta umiltà, conduzione in biologico e voglia di far bene. Il progetto tiene, il Giacobbe mi sembra anche più equilibrato del Lepanto (anche se, per correttezza, voglio chiarire che abbiamo assaggiato nel primo caso l’annata 2016 e nel secondo la 2015) e tutto sommato il mercato gli sta dando ragione per fortuna. La famiglia Laudenzi è invece un patrimonio a livello viticolo, con vigne così si può fare tanto. Al momento la produzione è tutta orientata alla tradizione, con qualcosa da rivedere sulla precisione in cantina, ma l’importanza di queste etichette è tutta locale. Quando i territori cominciano a disperdere usi e costumi storici diventano facile preda di speculatori e, sostanzialmente, vedono scomparire la loro identità. In questo senso quindi “Le Terre del Cavaliere” completano il quadro del Cesanese di Olevano Romano. Ovvio che il nostro è stato solo un piccolissimo tour, sebbene poi nella cena conclusiva ci fossero tantissimi altri produttori, ma già il fatto che un piccolo centro stia dando vita ad una manifestazione così interessante, portando sì vini da tutta Italia e dal mondo ma arricchendo – nel confronto – anche quelli locali, mi sembra già un grande successo. E fanno bene a crederci i produttori locali, bravi!

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