Rubriche | 1 Feb 2018 | Fabio Ciarla

Può un bicchiere di vino costare quanto una bottiglia?

La domanda è lecita, la risposta niente affatto scontata. Partiamo dal presupposto che nel commercio, a tutti i livelli, il prezzo del prodotto non è deducibile solo dal prezzo del fornitore più una percentuale di ricarico, comprende infatti anche altre variabili. Il “margine” del rivenditore finale va interpretato quindi con una serie di parametri ulteriori e spesso unici.

Ma andiamo al dunque, nella foto c’è il listino esterno di un’enoteca – ristorante di Roma, pieno centro diciamo, anzi forse la zona più lussuosa della città. E questo è già un parametro su cui riflettere prima di fare il calcolo del ricarico puro e semplice.

Leggo e rifletto insomma. Dati alla mano il vino al calice costa effettivamente quanto si pagherebbe altrove per acquistare una bottiglia intera di quei vini (euro più, euro meno). Prodotti peraltro interessanti e di qualità. Lì per lì mi sorprendo, poi per abitudine e forse per via dell’essere figlio di commercianti cerco di mettere in fila il perché si arrivi a quel ricarico. Così penso a: localizzazione (lussuosa e quindi costosa), servizio (attento e professionale presumo), rischi (magazzino, per chi ne fa, rotture e per quanto riguarda il vino anche bottiglie fallate per il tappo), condizioni di consumo (essendo vino al bicchiere potrei non utilizzare tutta una bottiglia, magari me ne rimane una aperta a metà e devo smaltirla senza venderla), fisco (e qui meglio che non parlo…) e ovviamente il profitto del venditore (altrimenti si chiama beneficienza).

Alla fine metto insieme tutti questi aspetti, magari ne dimentico anche qualcuno, e mi viene da dire che sì, può essere anche giusto che un bicchiere di vino servito al tavolo costi quanto una bottiglia intera comprata altrove.

Ma in questa storia c’è un “ma”. La lista dei vini fotografata appartiene infatti al progetto denominato “VyTA Enoteca Regionale del Lazio“. Un’idea bella e funzionale, una volta accertata infatti l’innata capacità di far fruttare le cose mettendole in mano agli enti pubblici (ahimè), la Regione Lazio ha infatti trovato un partner per riaprire e far funzionare la struttura di via Frattina. L’enoteca ha rialzato la saracinesca ad ottobre 2017 grazie all’accordo con VyTA di Nicolò Marzotto (Santa Margherita, Ca’ del Bosco, Baglio di Pianetto e appunto la catena di ristoranti VyTA), la Regione Lazio e l’ARSIAL. Nel contratto le cifre riportare da Repubblica parlano di un canone per la Regione Lazio di Euro 21.000 al mese e di ulteriori 30.000 euro annui ad ARSIAL per l’utilizzo del brand Enoteca Regionale. Oltre a questo l’accordo, della durata di sei anni, prevede la promozione del 100% di vini e olii laziali (per gli altri prodotti si scende all’80%), la realizzazione di uno spazio per la vendita diretta e, inoltre, Regione e ARSIAL potranno realizzare un evento al mese.

Ho cercato di inserire tutto perché se vogliamo riflettere sulle cifre, non possiamo dimenticare anche gli altri benefici. Ora, quello che mi chiedo è: il guadagno per la Regione e l’ARSIAL è netto ed evidente, ma non rischiamo di perdere di vista il vero obiettivo, cioè la promozione?

Pagare 21.000 euro di affitto più 2.500 euro per l’uso del brand (30.000 : 12) ogni mese fa tornare i conti delle istituzioni, quindi anche di noi cittadini che paghiamo le tasse, ma siamo sicuri che permetta a VyTA di gestire al meglio la situazione?

Il problema, quando si parla di profitto, è nella tipologia di beneficiario. Se l’imprenditore è del tutto privato allora, per quanto mi riguarda, nessun vincolo oltre quello del rispettare le leggi. Se, invece, di mezzo c’è l’interesse e il bene pubblico, allora qualche attenzione in più va osservata.

Nel caso specifico, ripeto, la Regione e soprattutto l’ARSIAL hanno ottenuto forse il massimo dal punto di vista economico, ma mi viene da dire che non altrettanto si è avuto dal punto di vista della loro missione. Promuovere i prodotti laziali passa infatti, secondo me, anche attraverso il giusto rapporto con la clientela. Non è corretto, credo, accostare totalmente VyTA Enoteca Regionale ad un qualsiasi altro wine bar della zona ricca di Roma, non è per questo che è nata. Marzotto deve fare i suoi profitti e va bene (anche calcolando l’importanza della visibilità del suo marchio su via Frattina) ma le istituzioni regionali non dovrebbero promuovere il consumo dei prodotti laziali? Qui infatti si rischia di realizzare la “promozione della promozione” e di consumo se ne stimola poco. I prezzi sono in linea con qualsiasi altro vino al bicchiere della zona ma in questo modo si acchiappa solo il turista di passaggio, mentre il progetto di un’Enoteca Regionale dovrebbe avere un altro respiro. Insomma, per come la vedo io, forse sarebbe meglio rinunciare a qualche migliaio di euro di incassi, se non si può fare altrimenti, imponendo al partner privato una politica di prezzi più vicina all’obiettivo (almeno per i vini).

Voi produttori e consumatori cosa ne pensate?

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